Dal modulo U.Rise che si è svolto a Roma, Isabella Guerrini e Camilla Timo provano a rintracciare un modello di rigenerazione urbana nella complessità metropolitana. Tra vuoti, discontinuità e autorganizzazione dal basso trovano spazio pratiche innovative legate all’abitare, al mutualismo e alla produzione culturale che ri-significano la città.
Riflettere su rigenerazione urbana e innovazione sociale nel contesto di Roma, costringe ad ampliare la prospettiva. Il modulo ci ha portate ad attraversare una città articolata in una rete complessa tra le cui maglie emergono spesso vuoti e discontinuità. In queste aperture si inseriscono progettualità varie, molte delle quali nascono spontaneamente come risposta a bisogni concreti. A partire dall’osservazione sul campo, proviamo a raccontare il rapporto tra spazi urbani discontinui e pratiche eterogenee, interrogandoci su come queste ultime contribuiscano a ridefinire l’uso e il significato della città contemporanea. Prima di immergerci nel racconto dell’esplorazione U.Rise, qualche spunto per inquadrare il contesto urbano.
Roma è immensa, la sua superficie è comparabile a quella di otto grandi città italiane. Amministrativamente è suddivisa in 15 municipi che, per dimensioni e dinamiche demografiche, somigliano a città di medie o grandi dimensioni. A proposito di demografia, la storia della città è caratterizzata da una crescita urbana e demografica rapida e intensa. Come ci ha raccontato il professor Carlo Cellamare, si è passati da una popolazione di circa 250.000 abitanti nel 1871, ad una di 800.000 nel periodo fascista, fino a raggiungere oggi oltre 2,7 milioni di residenti nel territorio di Roma Capitale (oltre 4 milioni considerando l’area metropolitana). Questa dinamica rende l’abitare uno dei temi centrali della città. Tale dimensione si intreccia inoltre con questioni quali mobilità e infrastrutture urbane, contribuendo a definire alcune delle principali criticità contemporanee come ci ha ricordato il ricercatore Luca Tricarico.

I tre giorni del modulo ci hanno portato ad entrare in contatto con esperienze urbane eterogenee che – pur non restituendo l’intera rete di attori presenti – consentono di leggere alcune delle modalità attraverso cui, oggi, gli spazi urbani vengono prodotti, contesi e trasformati. Le realtà visitate condividono la capacità di attivarsi in risposta a dei vuoti, pur differenziandosi per strumenti, livelli di formalizzazione e modalità di relazione con istituzioni e territorio. Nei luoghi attraversati ritorna una condizione ricorrente: spazi lasciati indietro, bisogni non intercettati, margini dell’azione pubblica. È da qui che prendono forma esperienze molto diverse tra loro. La questione abitativa emerge con particolare evidenza. A Spin Time, entrando nell’edificio, si percepisce subito la sovrapposizione di usi: abitare, attività sociali, produzione culturale. L’occupazione non resta un gesto iniziale, ma diventa l’avvio di un’infrastruttura complessa, in cui la dimensione abitativa si intreccia con funzioni collettive e aperture al quartiere. Al Quarticciolo, la riappropriazione prende forma dall’interno della borgata, attraverso pratiche diffuse di mutualismo e partecipazione che costruiscono una presenza quotidiana nei luoghi, in risposta alla distanza delle istituzioni. Presìdi come la palestra popolare, l’ambulatorio medico, il doposcuola, la microstamperia e il birrificio si sono radicati nel tessuto locale, garantendo accesso a servizi essenziali e ad attività educative e sociali altrimenti difficilmente raggiungibili dagli abitanti.

Su un altro piano si collocano le esperienze di mutualismo e attivazione territoriale, come Fermenti – Polo Civico dell’VIII Municipio impegnato sul tema cibo, che collabora con il CSOA La Strada – e Nonna Roma – organizzazione di volontariato nata all’interno di Sparwasser, circolo Arci di riferimento per il quartiere Pigneto. Qui il lavoro è quotidiano e continuativo: sportelli, distribuzione di beni, supporto legale e previdenziale, attività educative. Interventi che intercettano bisogni immediati e costruiscono reti radicate nei contesti locali, muovendosi in una zona di confine tra autonomia e interlocuzione istituzionale, tra risposta all’urgenza e costruzione di legami. I bisogni di una città, però, andando oltre il piano materiale, sono anche di tipo simbolico: la necessità di spazi per la produzione culturale e di immaginario, capaci di risignificare luoghi e traiettorie. In questa direzione si collocano esperienze come la redazione di Scomodo (fisicamente dentro Spin Time), la Fondazione Piccolo America e Industrie Fluviali, che mostrano come lo spazio possa assumere forme ibride, dove cultura, lavoro e socialità convivono e si contaminano, producendo accesso e nuovi pubblici. In alcuni casi, queste esperienze mutano nel tempo. La Fondazione Piccolo America ne è un esempio: da pratiche nate nel conflitto a forme di gestione riconosciute. Un passaggio che ridefinisce il rapporto con le istituzioni, pur mantenendo un legame con le condizioni che hanno generato l’esperienza. Nel loro insieme, le pratiche di mutualismo e riappropriazione di luoghi osservate delineano una città attraversata da forme molteplici di produzione sociale e istituzionale dello spazio. Pratiche informali, processi di formalizzazione e strategie di rigenerazione si intrecciano di continuo, dando luogo a configurazioni urbane che non si lasciano ricondurre a un unico modello di sviluppo. Questo insieme di osservazioni non restituisce solo una lettura, ma un posizionamento: è a partire da qui che il modulo U.Rise ha costruito il proprio percorso di esplorazione sul campo, riflettendo su tensioni, possibilità e condizioni di trasformazione.

Quello che emerge con più forza non è solo la varietà delle esperienze, ma la loro funzione di sensori urbani: intercettano bisogni che restano fuori dal perimetro delle politiche pubbliche e li traducono in pratiche organizzate, spesso prima ancora che in progetti. In questo senso, l’azione dal basso non riempie un vuoto in modo neutro: definisce priorità, dà accesso, crea infrastrutture sociali leggere ma continue. Il punto critico non è se queste esperienze siano alternative alle istituzioni, ma come vengono rese possibili o ostacolate. La modalità di accesso allo spazio (occupazione, concessione, bando, accordi) non è un dettaglio amministrativo: orienta tempi, margini di sperimentazione e stabilità. Qui si gioca una tensione centrale: ciò che nasce come risposta immediata può diventare dispositivo durevole, oppure restare appeso alla precarietà.

La sfida odierna, che emerge chiaramente dal contesto romano, sta nel trasformare queste energie in continuità, creando condizioni di riconoscimento, sostenibilità e accesso che rendano le azioni dal basso non un’eccezione legata all’emergenza, ma una componente strutturale del fare città.