Spazio di genere. Intervista a Giulia Iacolutti

Spazio di genere è un laboratorio che riflette sullo spazio pubblico attraverso una prospettiva di genere. Viviamo un’urbanistica tendenzialmente pensata da uomini, calata in un sistema patriarcale: l’obiettivo è ragionare sulle differenze e gli squilibri dei ruoli sociali di uomini e donne nello spazio pubblico. [intervista di Giulia Paron a Giulia Iacolutti]

intervista di Giulia Paron a Giulia Iacolutti

Spazio di genere. Intervista a Giulia Iacolutti

Spazio di genere è il laboratorio di Giulia Iacolutti inserito all’interno del progetto LARU – laboratorio di rigenerazione urbana e poi Stereo, entrambi promossi da Kallipolis APS e finanziati dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia.

Spazio di genere è una proposta che riflette sullo spazio pubblico attraverso una prospettiva di genere con l’obiettivo di ragionare sulle differenze e gli squilibri dei ruoli sociali di uomini e donne nello spazio pubblico.

Giulia Iacolutti è una fotografa ed artista visiva che si dedica principalmente a progetti di arte relazionale relativi all’identità e alle tematiche di genere. Nominata nel 2018 al Foam Paul Huf Award, nel 2019 il CRAF di Spilimbergo le conferisce il premio FVG Fotografia e nel 2021 vince il Premio Paolo Cardazzo per l’Arte Contemporanea.  Il suo primo libro Casa Azul edito da the(M)éditions (Francia) e da studiofaganel ha vinto il Premio Nazionale Marco Bastianelli come Miglior Libro d’Artista. Al momento è in corso una mostra personale presso la Project Room del PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano.

Quali sono state le motivazioni e le ambizioni che hanno generato il progetto?

Lo spazio pubblico non è un contenitore di eventi, ma è un luogo in cui i comportamenti vengono riprodotti in maniera legittima oppure esclusi e stigmatizzati. Sebbene sia definito come di tutte e tutti, in realtà è il luogo in cui si manifesta il comportamento considerato normale e, essendo l’eterosessualità la “norma”, si tende a una gestione basata sulla concezione socialmente costruita di mascolinità e femminilità. L’obiettivo è ripensare lo spazio vissuto secondo un’ottica femminile, non tanto in termini di sicurezza, quanto nella creazione di luoghi che favoriscano la partecipazione e l’interazione tra abitanti, in modo speciale delle donne, ascoltando le loro esigenze.

Quale è il percorso attuato nel laboratorio?

Il workshop partecipativo presuppone lo studio dello spazio pubblico-urbano: ad un gruppo di quindici donne (comprese donne trans, queer e a volte qualche intruso uomo) viene introdotta la teoria secondo cui l’identità di genere è determinata da atti performativi culturalmente situati in un sistema binario. Alla domanda “in che modo dei luoghi possono diventare strumenti performativi di genere?”, segue una camminata nel quartiere, come mezzo di sperimentazione diretta. 

Dopo aver ascoltato le storie di vita legate allo spazio vissuto, viene consegnato a ciascuna un foglio in tessuto su cui ricamare i pensieri emersi durante il cammino. Si è pensato all’uso del ricamo come tecnica nota alle partecipanti più anziane, oltre ad essere una pratica meditativa. Il gesto permette di continuare a dialogare e confrontarsi durante la realizzazione e di incontrarsi privatamente per continuare a ricamare insieme. L’utilizzo di una pratica normalmente associata alle arti femminili è qui finalizzato all’assimilazione di un pensiero volto ad abbattere gli stereotipi di genere: per un aumento della consapevolezza individuale, ritengo più efficace l’uso di un gesto quotidiano, piuttosto che un gesto straordinario. 

I fogli di tessuto rilegati costituiranno poi un libro tessile in cui la narrativa da individuale diventa corale. Il libro tessile, in copia unica, diventa così opera autonoma firmata da più autrici.

Durante il laboratorio, qual è stata la sfida più difficile e come è stata affrontata?

Risulta a volte complesso riuscire a trasferire sul tessuto le riflessioni emerse oralmente, da parte delle partecipanti vi è sempre un’iniziale difficoltà nell’oltrepassare la tecnica. Affiora nei discorsi il timore di un giudizio sulla qualità del lavoro, sentimento che pare limiti molti aspetti della loro vita, dall’andare in spiaggia in costume all’uscire la sera da sole. Il mio compito diventa allora accompagnarle nella comprensione che la vera opera è il processo e la condivisione. Cito sempre Mariagiovanna che al primo incontro a Trieste disse: “Mi sono sposata a 19 anni. L’ultimo dei cinque figli l’ho avuto a 35 anni. Da 50 anni sono la moglie di, la madre di e ora sono pure la bisnonna di. Mi sono rotta i coglioni, io sono Mariagiovanna”.

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