Spazi del possibile: l’imprevisto come pratica urbana

di Elisa Ferrari

,

Ci sono spazi che servono a organizzare la vita urbana e altri che servono a metterla in discussione. I primi funzionano, regolano, ottimizzano. I secondi sono più fragili: durano poco, non garantiscono risultati, spesso non lasciano tracce visibili. Eppure sono proprio questi spazi instabili a generare immaginazione. Performing Architecture lavora esattamente qui, nel margine tra ciò che è progettato e ciò che può accadere.

Performing Architecture è un festival diffuso che intreccia architettura e arti performative per trasformare lo spazio urbano insieme a chi lo abita. La sua prima edizione, nel 2025, nasce nell’ambito di Festival Architettura, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del MIC, e prende forma a partire da un lavoro situato nei quartieri della periferia sud di Milano. Nato dalla collaborazione tra BASE Milano e DOPO?, il progetto invita una nuova generazione di architetti e performer a esplorare l’architettura come pratica viva: non una disciplina chiusa, ma un campo aperto, capace di mettere in discussione le convenzioni e di aprire nuovi scenari di interazione sociale.

Attraverso performance, installazioni e azioni pubbliche, il festival sperimenta modalità ibride di progettazione, in cui corpo e spazio entrano in dialogo per riscrivere — anche solo temporaneamente — il modo in cui viviamo la città. Architettura, performance e comunità producono così nuovi modi di abitare lo spazio urbano, introducendo scarti, aperture, possibilità inattese.

2025 Performing Architecture | BARRIOS Vandali | foto di Daniele Magoni

Ogni spazio, anche il più ordinario, produce comportamenti. Stabilisce chi può entrare, come muoversi, quanto fermarsi. In questo senso, l’architettura non è mai neutra: è sempre performativa, perché assegna ruoli, prescrive gesti, costruisce relazioni di potere. Performing Architecture parte da questa consapevolezza e la rende esplicita. La performance non entra nello spazio come decorazione o intrattenimento, ma come strumento critico, capace di esporre ciò che normalmente resta implicito e di attivare nuove relazioni tra corpi, spazi e pratiche.

Mettere in scena lo spazio significa renderlo leggibile: mostrarne i limiti, ma anche le possibilità latenti. La performance nello spazio pubblico diventa così un modo per trasformare la città attraverso comportamenti e relazioni, generando assemblee temporanee, interazioni inattese, significati condivisi.

Il progetto si sviluppa come un percorso che attraversa cinque quartieri della periferia sud di Milano — Corvetto, Chiaravalle, Stadera, Barona e Tortona — disegnando una linea che non è solo geografica, ma simbolica. Non si tratta di spostare eventi dal centro alla periferia, né di “portare cultura” in luoghi considerati marginali. Il lavoro si costruisce invece attraverso una rete di presìdi culturali radicati nel territorio, coinvolti come interlocutori attivi.

In questi contesti, gli spazi urbani diventano punti di ancoraggio culturali e relazionali: luoghi in cui architettura, performance e comunità co-creano nuovi modi di vivere e percepire la città. La città smette così di essere un sistema da ottimizzare e si trasforma in un laboratorio di sperimentazione, aperto all’imprevisto e al cambiamento.

Gli interventi assumono la forma di dispositivi urbani temporanei. Non opere compiute, ma strutture aperte, pensate per essere attraversate, attivate, talvolta contraddette. Arene effimere, installazioni sonore, padiglioni mobili, momenti conviviali che intrecciano performance, architettura e pratiche quotidiane: ogni dispositivo interrompe l’uso abituale dello spazio e apre una domanda semplice e radicale: e se qui potesse accadere qualcos’altro?

2025 Performing Architecture | Stadera Arena | foto di Daniele Magoni

È in questa esposizione al rischio che risiede la loro forza. Performing Architecture riafferma così che il contributo delle pratiche performative è oggi cruciale per ripensare la città: non come progetto compiuto, ma come processo condiviso. La pratica performativa mostra come anche il progetto urbano possa essere co-creato, inclusivo, aperto all’imprevisto, e come gli spazi ibridi — temporanei, nomadi, ma radicati nel territorio — siano strumenti fondamentali per sperimentare nuove forme di abitare e di partecipazione.


Dal progetto Performing Architecture è nata anche una pubblicazione, sviluppata all’interno di una collaborazione internazionale con dpr-barcelona. Il libro non è un catalogo né una semplice restituzione del festival, ma uno spazio di riflessione che accompagna e rilancia l’esperienza, intrecciando progetto, pratiche performative e trasformazione urbana.

La pubblicazione raccoglie saggi e conversazioni che attraversano il cuore teorico del progetto — tra cui i contributi di Linda Di Pietro e Alessandro Paseroinsieme a dialoghi con alcuni dei soggetti coinvolti nel percorso. Ne emerge un dispositivo editoriale che restituisce Performing Architecture come campo di ricerca aperto: un luogo di pensiero in cui l’architettura è letta non come forma compiuta, ma come pratica viva, situata e in continua trasformazione.

LINK PER APPROFONDIMENTO E ACQUISTO: https://dpr-barcelona.myshopify.com/products/performing-architecture