MAAM – Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia.

L’antropologo Giorgio de Finis, già direttore artistico del progetto MACRO Asilo e del Museo delle Periferie, ci racconta del MAAM - Museo dell’Altro e dell’Altrove di cui è ideatore e curatore: una sperimentazione ormai riconosciuta a livello internazionale di uno spazio occupato simbolo di coesione sociale, per il diritto all’abitare e contro la speculazione sugli edifici considerati improduttivi. [intervista di Margherita Meta a Giorgio de Finis]

intervista di Margherita Meta a Giorgio de Finis

MAAM – Il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz_città meticcia.

Al civico 913 di via Prenestina a Roma,nella sede abbandonata dell’ex fabbrica Fiorucci, nel 2009 entrano duecento persone provenienti da diverse regioni del mondo, italiani compresi, , sotto il coordinamento dei Blocchi Precari Metropolitani. Nasce da qui Metropoliz, la Città Meticcia, e nel 2012 il Museo dell’Altro e dell’Altrove (MAAM), un posto magico dove l’arte si erge a difesa di una comunità, grazie all’incontro con l’antropologo Giorgio de Finis, ideatore e curatore del progetto, che ringrazio per avere dedicato un po’ del suo tempo a rispondere alle mie domande e a raccontarci della storia di questo luogo d’incontro tra arte, città e vita. 

Come avviene l’incontro con Metropoliz, e come prende vita il progetto del Museo dell’Altro e dell’Altrove?

Io sono un antropologo che molto presto ha iniziato ad occuparsi di città, realizzando un documentario a Mumbai sulle condizioni di vita degli undici milioni di persone che vivono negli slum, in baracche di cartone e lamiera.  Tornato a Roma ho collaborato con il collettivo Stalker a due documentari sui campi rom, e ad un progetto di esplorazione di tre mesi di camminate attorno al Grande Raccordo Anulare: siamo approdati a Metropoliz, occupata circa un mese e mezzo prima, la situazione era ancora in un’ottica difensiva, c’erano le sentinelle sul tetto. Quello spazio mi ha subito colpito. 

Insieme a Fabrizio Boni, compagno di viaggio del documentario “C’era una volta… Savorengo Ker, la Casa di Tutti”, che raccontava la proposta di Stalker di un prototipo di modulo abitativo autocostruito al Casilino 900, finito incendiato, avevamo pensato a una provocazione: si dovrebbe costruire un razzo per mandare i rom, che nessuno vuole, sulla luna.
Il cantiere cinematografico “Space Metropoliz” nasce ripensando l’idea nel contesto dell’occupazione dell’ex salumificio: qui il razzo, costruito da artisti e abitanti, diviene un simbolo.

I Blocchi Precari Metropolitani ci hanno subito accolto, anche se all’inizio avevano dubbi riguardo l’idea della “fuga sulla luna”, che fosse evasione dalla realtà, in opposta alla loro costante lotta per i diritti. Metropoliz ci ha chiesto di restare, e allora dal gioco della fuga sulla luna, siamo passati al “gioco del Museo”. 

Non desideravo connotazioni legate all’occupazione, ma che gli artisti si sentissero liberi di realizzare ciò che l’esperienza ispirava loro senza intento didascalico.

Per partecipare donavano un’opera e sottoscrivevano una petizione a favore del diritto all’abitare, poi il processo creativo era a loro discrezione: è questo che rappresenta il concetto dell’Altro e dell’Altrove, il fatto che questo non sia il museo del “noi” e del “qui”.

Il museo fa da scudo: si possono sgomberare esseri umani, ma non si può rischiare di danneggiare opere d’arte; allo stesso tempo si connette alla città, facendo in modo che Metropoliz non sia ghettizzata. 

Una barca con cui una famiglia del MAAM è sbarcata a Lampedusa, successivamente portata al museo da una Onlus: sulla fiancata dei tamburi per contrastare le tante morti nel Mediterraneo che troppo spesso passano sotto silenzio. Fotografia di Margherita Meta.

Questo esperimento con l’arte ha aggiunto qualcosa alla vita degli abitanti? 

Ho sempre provato a coinvolgerli con l’arte: la prima opera realizzata è il telescopio di Gian Maria Tosatti, costruita in collaborazione con loro.

Un’opera celebre che è stata esposta è la Venere Callipigia di Michelangelo Pistoletto, che l’ha messa a disposizione per quattro mesi invitando donare un capo di vestiario ai piedi della statua: un’opera corale, in cui si contrappone il bianco della statua alla diversità di ogni pezzo di stoffa. 

La statua, in seguito, è andata a Ventimiglia e in molti altri posti ad accogliere i migranti, Pistoletto ha avuto la capacità di dare nuova vita ad un simbolo già codificato, per raccontare il nostro tempo. 

Non si è mai pensato di trasformare i metropoliziani in artisti, ma di far incontrare realtà di solito lontane tra loro: si vuole offrire una conoscenza reciproca, tutto si realizza lì.  

Non ci sono aspettative pedagogiche, non siamo andati lì in maniera coloniale: si crea un cortocircuito tra l’alto e il basso, che fa vacillare i pregiudizi.

Fotografia di Margherita Meta

Che differenza c’è tra l’utilizzo di street art per la rigenerazione urbana nelle periferie e quello dell’arte nel Museo dell’Altro e dell’Altrove?

La street art diffusa si può considerare come intervento di “decoro urbano”: dopo aver migliorato esteticamente un determinato contesto esaurisce il suo compito.

Il MAAM rappresenta un’istituzione, il museo, uno dei fiori all’occhiello della città , per comunicare che ha la possibilità di autolegittimarsi: tutti abbiamo voce in capitolo sulla forma della città.

Il museo occupato è la resa fisica di un ideale di condivisione ed equità, lotta per una città diversa, che includa i diritti di tutti, che tuteli coloro che la abitano, superando il modello di città del profitto dove si consuma solamente, vuota durante la pandemia, che non ha niente a che fare con il concetto di “abitare”.

La barricata dell’arte, guerrieri simbolicamente schierati all’ingresso a difesa degli abitanti.
Fotografia di Margherita Meta

Perché Metropoliz è una realtà che ci riguarda tutti ed è importante difenderla?

Sempre più gli algoritmi finanziari diventano i più influenti decisori riguardo cosa sia città, oggi luogo in cui chi non ha i mezzi per consumare viene relegato a vivere in realtà isolate e lontane, o addirittura si ritrova senza casa. Ribellarsi può tradursi in cercare un posto in cui vivere dove non si era mai pensato che un essere umano potesse costruire la propria casa, ad esempio una ex fabbrica di salumi.

La diffidenza verso Metropoliz non è per paura del diverso, ma della miseria: in questo periodo per molti è concreta la possibilità di ritrovarsi senza casa, e nessuno vuole pensarci, funziona da specchio: qui non vivono solo migranti, ma anche famiglie italiane che per vari motivi non possono permettersi un tetto.
Parlando con queste persone crolla la fragilità delle nostre categorie, è una spinta costruttiva verso il futuro.

Il MAAM non è solo una mostra d’arte, ma un tentativo di presa di coscienza della necessità di una città più giusta, che non lasci indietro nessuno. 

È possibile firmare una petizione a sostegno di Metropoliz, oggi oggetto di rivendicazione da parte del proprietario delle mura:

https://www.change.org/p/ministro-della-cultura-senza-metropoliz-non-%C3%A8-la-mia-citt%C3%A0

Fotografia di Margherita Meta

 

 

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