La città sradicata. Un dialogo con l’autrice Nausicaa Pezzoni

di Roberta Abeni

La città sradicata. Un dialogo con l’autrice Nausicaa Pezzoni

La città sradicata è una ricerca di Nausicaa Pezzoni che raccoglie mappe mentali dei migranti di primo approdo che abitano o hanno abitato temporaneamente alcune città italiane. Cominciata con Milano, l’indagine è proseguita nella sua seconda edizione coinvolgendo i migranti che, sbarcati a Lampedusa, si sono spostati poi a Bologna e Rovereto. Questa seconda parte schiude una lettura di più ampio respiro che si allarga all’Europa, cioè “prende forma l’ipotesi di riscrivere attraverso lo sguardo e il segno dell’altro tutte le città attraversate dai migranti, al fine di costruire in modo incrementale una mappa europea del presente che porti alla luce il significato e le forme del primo approdo”.

Un fondamentale riferimento teorico è L’immagine della città di Kevin Lynch da cui, pur traendo concetti necessari che l’hanno reso un testo fondativo dell’analisi e della progettazione urbana, la ricerca prosegue con l’intento di capire quali possano essere le reali immagini della città per persone in transito su territori sconosciuti e ad essi estranee. 

L’indagine raccoglie ben cento punti di vista e altrettante sono le mappe elaborate da “abitanti senza abitudini”: mappe che appaiono come telai sui quali vengono tessute trame fatte di simboli e segni, nella maggior parte dei casi privi della mediazione delle regole del disegno tecnico, bensì dettate solo dalla pura esperienza relazionale con il quotidiano. 

Si tratta quindi di letture che ribaltano la struttura storica e urbanistica nonché “rappresentativa” della città: gli uffici del lavoro, le mense, i dormitori diventano centri nevralgici; parchi e biblioteche luoghi del riposo; a Milano, ad esempio, “la Stazione Centrale, che rappresenta il secondo riferimento in ordine di importanza segnalato sulle mappe, restituisce l’immagine di una città in cui si arriva e da cui si parte, una città che è una porta di ingresso, che accoglie, ma che lascia anche stazionare i nuovi arrivati in un luogo di passaggio, di transitorietà. 

La Stazione è infatti descritta in molte interviste come primo luogo abitato – all’interno, sulle panchine di attesa, o all’esterno, nei giardini limitrofi, dimora di molte persone in transito – in cui trascorrere la notte per un tempo indefinito”.

La sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’urbanistica implicata nella sperimentazione di più forme dell’abitare, poco o per nulle note, che non si riconoscono nel transito, nella migrazione e nella variabilità.  

La breve intervista che segue apre ad ulteriori considerazioni affidate alle parole dell’autrice stessa, che qui ringrazio per la gentile disponibilità.

Basta una rapida occhiata per immergersi in un “multiverso dell’urbano” che altera completamente le modalità di osservazione consolidate; educa, in un certo senso, ad una pluralità di sguardi. Possono i segni di queste mappe incidere su una revisione generale dell’urbanistica europea contemporanea?

Queste mappe rappresentano la moltitudine di soggetti da cui la città contemporanea è abitata e osservata, esprimono una pluralità di sguardi ma soprattutto spostano il punto di osservazione sulla città, perché introducono un segno estraniante rispetto all’immagine consolidata, oggettivante con cui la rappresentiamo. Sono infatti disegnate da migranti al primo approdo – gli abitanti più recenti, con lo sguardo più estraneo rispetto al contesto rappresentato – e raccontano un abitare contrassegnato dallo sradicamento. In questo senso i segni che compongono le mappe incidono nel modo di osservare e di pensare la città: svelano il movimento, la discontinuità, il sovvertimento del significato dei luoghi, fanno cioè affiorare dal disegno gli elementi che contraddistinguono la relazione tra i migranti e l’ambiente abitato. Queste mappe  inducono l’urbanistica ad ampliare il proprio campo d’osservazione, a rinnovare i propri strumenti per meglio relazionarsi con i processi di trasformazione in atto.

Nei capitoli centrali del libro vengono affrontati i metodi, gli strumenti, gli enti e soggetti coinvolti nel processo di indagine. Mi incuriosiscono in particolare due aspetti: il primo, come mai comparissero così poche donne; il secondo, come sia stato possibile “recepire la parola dell’altro, non limitandola a una valenza testimoniale, che rischia di trasformarsi in nuovo assoggettamento”, citando un passaggio del libro.

Mentre nell’indagine sul territorio di Milano, che è avvenuta andando a cercare i migranti in tutti i luoghi di primo approdo (dormitori, mense, centro di aiuto, scuole di italiano, scali ferroviari, piazze e strade abitate,…), su un campione di 100 migranti 20 erano donne – una percentuale che rispecchiava la proporzione tra uomini e donne migranti presenti a Milano –, a Bologna e a Rovereto l’indagine ha coinvolto gruppi di richiedenti asilo che abitavano rispettivamente in una casa d’accoglienza e in un campo profughi che ospitavano solo uomini.

La seconda questione è il cuore del metodo introdotto. Nell’intervistare i migranti non chiedevo mai la loro storia, a meno che non volessero raccontarla, ma li “forzavo” a pensare alla loro relazione con il territorio attualmente abitato. Cioè a produrre un’operazione di riconoscimento e rappresentazione di una realtà già esperita ma ancora da elaborare: a generare un pensiero su una nuova città. E la città svelata dalla mappa è una scoperta sia per l’autore che la disegna sia per chi osserva una nuova città che prende forma dallo sguardo straniero. Si produce un piano di parità, davanti a un disegno che parla di un luogo che appartiene a entrambi.

C’è qualche mappa in particolare che ritiene maggiormente significativa o, in altri termini, innovativa? Ce la potrebbe raccontare?

C’è la mappa di Bushra (Sudan) che apre l’atlante nel libro, e che racconta il pellegrinaggio quotidiano attraverso Milano, con un linguaggio eloquente che mostra il zigzagare da un luogo all’altro, il cercare e non trovare lavoro… infine il sentirsi male fino a morire. La mostro spesso perché mi emoziona, rappresenta l’attraversamento urbano di chi per un tempo indefinito vive sospeso nella ricerca di un approdo, parla di un migrare che non è mai finito. 

Mappa di Milano disegnata da Bushra (Sudan)
La città sradicata (p.149)

La mappa di Lamin (Gambia), invece, rappresenta Rovereto nel percorso tra il campo profughi e la stazione, che in un tratto è intersecato da un corso d’acqua: l’autore lo rappresenta come un confine, un luogo da evitare, perché gli ricorda il mare dove la barca su cui viaggiava è naufragata. Lamin era uno dei superstiti del naufragio avvenuto al largo di Lampedusa il 18 aprile 2015.

Mappa di Rovereto disegnata da Lamin (Gambia)
La città sradicata (pag.295)

I temi della non appartenenza, del transito, della “condizione errante” mi pare possano diventare oggetto di altre e nuove forme di indagine, viste anche le ultime contingenze sanitarie, politiche, ambientali nel mondo. Progetti futuri sul tema?

La condizione errante sembra contraddistinguere la contemporaneità. Come condizione dei popoli, che drammaticamente lasciano sempre più numerosi le loro terre, e come condizione di esistenza individuale all’interno delle nostre città. I due progetti futuri scaturiscono da qui: il primo è I migranti mappano l’Europa, una esplorazione ampia di tutte le città d’approdo attraverso lo sguardo dei migranti, una proposta, o anche una provocazione per l’Europa affinché possa rappresentarsi con un altro disegno, producendo un’apertura in cui lo sguardo dell’altro possa entrare, e con esso una presenza con diritto di voce sul territorio abitato.

Il secondo progetto è La città dei rider, nato durante i recenti lockdown, e indaga le trasformazioni innescate da questa nuova popolazione urbana nell’uso degli spazi di Milano e, in prospettiva, di altri contesti geografici, includendo lo sguardo degli stessi rider e la loro rappresentazione della città.

Testo di riferimento

Nausicaa Pezzoni, La città sradicata. L’idea di città attraverso lo sguardo e il segno dell’altro, O barra O edizioni, Milano, 2020 (seconda edizione ampliata)

https://www.obarrao.com/libro/9788869680953