Diario di bordo. Hackerare la norma per innovare i processi e facilitare la co-progettazione

Eccoci al secondo appuntamento col Diario di bordo della VII edizione del master U-Rise. Durante la tre giorni dedicata al secondo modulo Innovazione nel governo locale a cura di Elena Ostanel si è parlato di innovazione sociale, apprendimento istituzionale e del ruolo chiave dell’innovatore, capace di ascolto ed empatia e dunque facilitatore di connessioni e in grado di hackerare i consolidati e poco innovativi meccanismi interni alla PA. [di Ambra Di Bernardi, Francesca Pavanel, Francesco Romito, Rosalba Verna]

di Ambra Di Bernardi, Francesca Pavanel, Francesco Romito, Rosalba Verna

Diario di bordo. Hackerare la norma per innovare i processi e facilitare la co-progettazione

In questo secondo appuntamento del Diario di Bordo della classe U-Rise VII,  raccontiamo del modulo Innovazione nel governo locale curato da Elena Ostanel, dove viaggiando (virtualmente) tra Bologna, Napoli, le aree interne, abbiamo fatto tesoro dei contributi e delle riflessioni di alcuni dei principali attori del cambiamento in contesti territoriali molto differenti tra loro.

Le pagine di questo diario collettivo descrivono così di come dalla visione d’insieme di Ilda Curti sulle trasformazioni urbane nel contesto della città contemporanea, ci siamo infatti addentrati nelle riflessioni di Elena Ostanel, Alessia Zabatino (Forum diseguaglianze e diversità), Michele D’Alena (Fondazione Innovazione Urbana Bologna), Nicola Capone (ex Asilo Filangieri di Napoli) e Laura Lieto (Comune di Napoli), per parlare di innovazione sociale e apprendimento istituzionale.

Il secondo modulo si è aperto con l’intervento di Ilda Curti, esperta di Europrogettazione, gestione e amministrazione di programmi complessi in ambito urbano, territoriale e socio-culturale, che ha anzitutto sottolineato l’anima dicotomica della città, fatta non solo «di pietra», ma anche «di carne», per poi entrare nel merito della rigenerazione urbana e dell’intervento sull’urbs (l’hardware) che non può prescindere da quello sulla civitas (il software), pena la creazione di nuovi vuoti urbani. Infatti, se quello attuale è stato riconosciuto nella riflessione come un contesto inedito d’azione, la volontà è di formulare un nuovo alfabeto urbano, che si faccia pensiero collettivo per ridisegnare la città post-pandemica e dove prossimità, ma anche pluralità, interdisciplinarietà, comunione di saperi e interconnessione siano valori fondanti. Un processo innegabilmente faticoso, lento e conflittuale, nel quale il possibile fallimento ha bisogno di essere contemplato. 

Elena Ostanel, responsabile del modulo, ha posto al centro il tema dell’apprendimento istituzionale, definendo le politiche pubbliche come un sistema di azioni che lavora in maniera multiscalare (su diversi livelli di governo) e la figura dell’innovatore nella PA come un facilitatore di connessioni e al tempo stesso hacker dei processi. Risulta necessario «progettare il processo», mettendo il progetto in una linea del tempo, capendo con chi realizzare le diverse fasi e avendo chiara la mappa delle energie attive della città.

Durante la seconda giornata del modulo Alessia Zabatino, che oggi fa parte del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze Diversità, ha affrontato il problema del trend crescente di disuguaglianze in Italia che colpisce soprattutto le aree marginali e che persiste nonostante le numerose politiche di coesione. Oggi, contrapponendoci ai vecchi modelli che hanno prodotto “sviluppo per differenza” e che hanno provocato un aumento di diversità e concentrazione di risorse, appare necessario mettere in piedi modelli in cui l’approccio allo sviluppo favorisca la giustizia sociale e relazioni più equilibrate tra aree marginali e centri. Se da una parte l’approccio place-based della Strategia Nazionale per le Aree Interne, dove Alessia ha lavorato come progettista, ha agito sul miglioramento dei servizi essenziali con i fondi nazionali e sull’istituzione di politiche partecipative che mirano a far entrare le persone nei processi decisionali, dall’altra ha evidenziato come i tempi lunghi della progettazione, della messa in opera e la struttura complessa dei documenti strategici abbiano inciso sulle esternalità dei processi di co-progettazione, sottolineando il difficile equilibrio con i tempi di vita e di lavoro delle persone che partecipano a questi processi. 

Successivamente, Michele d’Alena, responsabile dell’Ufficio Immaginazione Civica della Fondazione per l’Innovazione Urbana di Bologna, ha sottolineato come in questo clima di sfiducia verso il futuro, crescita delle disuguaglianze, crisi dei modelli organizzativi e tecnologia fuori controllo che genera media inaffidabili, le organizzazioni tradizionali non sembrano capaci di reagire in maniera coraggiosa e fanno fatica ad abbracciare le nuove modalità di azione che implicano open data, riuso, trasparenza e condivisione. La co-produzione di politiche pubbliche e la partecipazione sono state infatti definite non solo come l’emblema di una ritirata dei poteri pubblici a favore di comunità che risolvono in modo autonomo i propri problemi, ma come un meccanismo di recupero di energie e creazione di nuova istituzionalità. Si tratta dunque di rigenerare la politica attraverso la capacitazione sociale come atto collettivo. La condivisione dell’esperienza dell’ufficio Immaginazione Civica di Bologna ci ha così dato modo di visualizzare una modalità di lavoro che va in questa direzione, valorizzando e attivando le reti e le comunità di cittadini e, al tempo stesso, cercando di indirizzare le scelte politiche per andare incontro alle necessità delle comunità. 

L’intervento di Nicola Capone, professore di Filosofia del Diritto oltre che attivista nei movimenti di contestazione ecologica e dei beni comuni, ha collocato la riflessione a partire dal ruolo assunto da chi interviene all’interno di processi di rigenerazione. Qui infatti ogni attore sociale prende parte ad una dimensione processuale capace di ridisegnare il rapporto con lo spazio, urbano e non. Questa dimensione è emersa in primo luogo come capace di disinnescare una visione che oggettivizza lo spazio comune: non inteso più come mero spazio dell’agire burocratico in un’ottica di gestione centralizzata e uniforme, ma al contrario interpretato quale luogo in cui linguaggi plurali si incontrano e prendono forma.

Secondo Capone, nella definizione di un nuovo rapporto con lo spazio urbano si chiarificano inoltre le nozioni di proprietà e norma. In particolare, la proprietà, sottratta all’inviolabilità dei diritti fondamentali, trova in un rapporto di riattivazione e rigenerazione dello spazio urbano un modo per essere parzialmente disinnescata, all’interno dei rapporti economici che la relativizzano.  È in questo frangente che può trovare asilo la dimensione dei beni comuni, intesi come dispositivo ermeneutico in grado di riformulare la nozione di norma. Il “bene comune” assolve una funzione centrale poiché fa sì che la norma non disponga in maniera autoritativa, ma traduca quello che i consociati stanno facendo. Chi “usa” un bene, facendo di questo uso un beneficio collettivo, può determinare significati e, soprattutto, regole.

Con il suo contributo la nostra cassetta degli attrezzi si è arricchita inoltre con strumenti – norme costituzionali e sentenze –  capaci, simultaneamente, di interpretare le dinamiche di restituzione e gestione dei beni comuni, e di re-immaginarle a partire da una prospettiva filosofica, e dunque giuridica, in grado di dare piena cittadinanza a processi di riattivazione che coniughino valore economico e valore sociale.

Al termine di questa ricca tre giorni, Laura Lieto, assessora all’Urbanistica del Comune di Napoli, ci ha restituito uno sguardo dall’interno rispetto al tema dell’apprendimento istituzionale, definendolo come «un’intensa pratica di traduzione», che ha bisogno di figure professionali che agiscano da traduttori, accompagnando e al tempo stesso tradendo, cioè trasformando, i processi istituzionali. Il traduttore interviene fornendo sfumature di significati con ostinazione e energia da policy designer e agendo come innovatore degli strumenti.

In conclusione, confrontare prospettive differenti e spunti di riflessione di figure professionali anche molto distinte ci ha permesso di maturare una visione densa e complessa sul tema dell’apprendimento e dell’innovazione istituzionale. L’invito è stato quello di «abitare il conflitto», ponendoci come mediatori, traduttori e portatori di innovazione, a qualsiasi livello e contesto il nostro ruolo professionale si inserisca, attraverso gli strumenti che via via ci vengono proposti durante i moduli del master U-Rise. 

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